Bignami estivo

L’estate 2019 non verrà annoverata come –la mia migliore estate. Sarà catalogata tra quelle che -se ne potevo fare a meno, sarebbe stato meglio.

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Però dai periodi più neri, (nonostante il solleone sia stato sempre alto), bisogna trarre quantomeno qualche insegnamento.

Ecco il mio resoconto di lezioni di vita apprese in circa 60 giorni.

1La regola della crema solare – Le crisi di coppia, come quelle di governo, (in Italia sono sinonimi) non devono mai avvenire nel periodo dell’anno compreso tra l’applicazione della crema solare protezione 50 e  quella protezione 10. Se seguiamo quindi le lezioni impartite da Luciano Onder a Medicina33 sul melanoma, eviterei tali crisi, da Giugno ad Agosto. Insomma non metterei a repentaglio la notte di San Lorenzo e le stelle cadenti e soprattutto il pranzone di Ferragosto con amici e parenti.

2Prevenire e giocare d’anticipo- Se hai modo però di prepararti “al sole” prendendo la vitaminD durante i mesi invernali acquisirai una doratura livello pollo fritto KFC in quattro e quattr’otto.

3Lagom/ma non si sputa per terra – Se di plastica parleranno gli scienziati e i cervelli terrestri da almeno tanti anni quanti ne ho io, nessuno li ascolterà. Se un presidente biondo negherà il cambiamento climatico, qualcuno gli crederà. Se una piccola ragazza svedese farà un picchetto fuori dal Parlamento di Stoccolma, tutto il mondo si mobiliterà. Ora dal momento che i problemi da risolvere sono miliardi, e gli svedesi sono poco meno di 10 milioni, ho imparato che vale la pena trovare un compromesso. Nonostante la diffidenza di alcuni, io credo che “il fine giustifichi i mezzi” (solo certe volte). Questo è uno di quei casi. Ed ora che le microplastiche e le pale eoliche hanno guadagnato anche il titolo di apertura del TGR Molise, non perderei tempo a disquisire sugli introiti subdoli della famiglia della Mulino Bianco di Ostermalm, ma apprezzerei che oggi, a tutti, ci morde un po’ la coscienza. E ciucciando l’ennesimo mojito con la cannuccia di plastica usa e getta, ad alcuni balenerà l’idea di dire “ora basta”. Altri, magari in consolle al Papeete Beach, penseranno solo alla prossima campagna elettorale. (Per maggiori info su lagom clicca qui)

4La L di libertà e lungimiranza – Anche se ormai asuefatti al sudore che ristagna sotto la schiena mentre siamo distesi sui comodi lettini di Castiglione della Pescaia, qualcosa ci ha svegliati. Gli amici lontani di Hong Kong . Ci hanno fatto capire che la libertà è una fortuna che ci è caduta in testa come le gambe lunghe, il pisello per i maschi, i capelli senza doppie punte, la pelle senza acne o l’acqua potabile che scorre anche nel lavandino dello sgabuzzino della cantina.  Sempre da Hong Kong ci arriva il monito alla lungimiranza: il 2045 (data in cui potrebbero cedere gli standard di autonomia negoziati nel 1997 dal Regno Unito ), come si dice a Firenze: “ A chiamarlo risponde”. E quindi meglio iniziare ora a manifestare. Un paese a due velocità poi, (Cina continentale vs Hong Kong) sembrava un esempio di convivenza civile più o meno virtuoso, ma tornando alla disciplina di coppia e alle crisi, anche per Hong Kong è giunta l’ora di fare i conti con la regola della “crema solare”.

5″Al mare, in mare”-  Fa bene Luciana Littizzetto a ricordare la differenza tra chi è al mare e chi in mare. Quando sull’Open Arms, vedi Chef Rubio ancora unto di ciola barese (Vedi qui) spadellare pasta e Richard Gere fare da ponte per il riso, capisci che quest’estate ha fatto annoiare solo i poveri di spirito. Quindi ripetiamo : i fortunati sono andati al mare, i disgraziati sono rimasti in mare.

Senza indignarmi troppo, mi avvio a preparare il mio ritorno a Milano e penso: “Tutto è successo davvero”.

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Treni italiani per italiani scontenti

Quattro ore con cinque compagni di viaggio mi sono bastate per capire l’umore dei miei connazionali.

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Nell’angusto spazio non climatizzato, c’ero io, fiorentina tascabile trapiantata a Milano, due giovani ragazze, una formosa l’altra minuta, entrambe calabre. Una signora che da Torino andava verso il capolinea della corsa, anche lei diretta in Calabria e al finestrino un’anziana coppia di siculi.

Noi sei viaggiatori, fermata dopo fermata ci simo spogliati degli strati di vestiti e della timidezza. Andando verso sud, un po’ per il cambiamento climatico e un po’ per il malfunzionamento del sistema di ventilazione, l’aria si faceva sempre più pesante e lo scontento sempre più evidente.

Incastrate a forza sopra le teste, c’erano valige e pellicce, in un equilibrio precario. Stavamo pigiati in quello spazio risicato, come stiamo in Italia, sommersi dai visoni della vecchia casta e rallentati dalle ruote rotte dei light trolley di quella “nuova”.

Il treno è partito alle 15:44, un orario che mi è sembrato bizzarro. Uno di quegli orari per cui è difficile essere puntuali. Seguendo il disfattismo tipico di noi abitanti della penisola, salendo le scale mobili della stazione ho pensato che stessi correndo invano. Il treno mi ha sorpresa e alle 15:44 spaccate non si è fermato a Zurigo ma a Garibaldi. In perfetto orario.

Il signore siculo, uno scrittore di romanzi fantascientifici, controllava ogni 15 minuti la possibilità di aprire il finestrino e ogni volta che realizzava l’impossibilità di cambiare l’aria e così anche la nostra infausta situazione, si lamentava di una cosa diversa: I politici egoisti, la sanità corrotta, i sistemi scolastici inadatti, e l’economia paralizzata.

Ogni tanto guardava me e sua moglie e ci concedeva un sorriso gentile, come per rincuorarci. Avrebbe risolto tutti i nostri problemi. Solo quelli del caldo però.

La signora torinese davanti a me invece, era negativa e sacrale. Ogni problema posto dallo scrittore fantascientifico siculo, lo ricollegava alla deriva delle coscienze e leggendo dei passi del Vangelo diceva: “La vita non vale più niente. I politici non ci vogliono più bene”. Una questione di sentimenti insomma.

La moglie dello scettico scrittore fantascientifico siculo, con la capigliatura color mogano invece, si tamponava la fronte sudata e annuiva ad ogni critica: “Tutta colpa della crisi dell’istruzione”. Era una maestra dell’elementari e si lamentava una volta della ghettizzazione degli studenti stranieri, un’altra della maleducazione delle famiglie. Ogni tanto ci istruiva sull’omeopatia sgranocchiando gli snack nascosti nella borsa frigo: “Volete?”.

La ragazza formosa calabra era appariscente, vestita d’ecopelle e animalier, dipinta su ogni angolo di carne ticchettava sul cellullare con gli artigli pitturati di fuxia e nel frattempo spiegava quanto poco valesse oggi il titolo di studio.

L’altra ragazza calabra invece, quella mingherlina e timida, insegnava anche lei lettere, ma vedeva svanire la cattedra di ruolo dietro i concorsi truccati e le infinite liste d’attesa.

Quando sono scesa a Firenze, lo scrittore fantascientifico siculo arresosi per il finestrino aveva intrapreso una nuova battaglia: quella per far aprire il bagno della carrozza.

Non so come siano arrivati i miei cinque compagni alle rispettive fermate. Forse una volta respirata l’aria di casa, si è diffuso un tepore nel cuore che ha zittito l’astio verso il l’Italia.

O Forse no.

 

Accompagnare candidate al Nobel a comprare scarpe

 Questo articolo è stato pubblicato a causa di una “carota Proustiana”

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Margaret Atwood è nata nel 1938 a Ottawa, seguendo il padre entomologo, educata tra le foreste canadesi ha scritto più di quaranta libri tra romanzi, saggi, poesie e fumetti.

Ha vinto numerosi premi tra cui il Booker Prize, il Premio Mondello, il Giller Prize ed è stata più volte candidata al Nobel.

Con il Marito Graeme Gibson sono presidenti onorari del Rare Bird Society. Supporta le cause in cui crede. Definita da alcuni una scrittrice femminista e ostile alla religione in seguito al libro The Handsmaid’s Tale, divenuto poi un film e una serie di Netflix, lei invece rifiuta l’etichetta e preferisce essere solamente una donna che parla di donne, intese come una parte integrante della società, da sempre.

Sono stata la sua personal assistant durante i tre giorni in cui si è svolto il Premio Degli Scrittori Von Rezzori nel 2018. Margaret è una donna dalla nomea austera, esige un limone tagliato in due in ogni camera, delle carote e delle banane, e quest’ultime le gradisce anche per i giochi di prestigio.  Le persone intorno alla riccioluta e minuta signora Atwood provano spesso timore ed emozione, e le capisco.

Nella stanza d’albergo l’ascolto a sedere per terra, mentre lei, attaccata alla cornetta bianca del telefono, risponde alle domande di un giornalista e ride di gusto lanciando non dissimulate frecciate a Trump e alla società che dipinge le donne come angeli, elevandole al di sopra del genere umano. Le chiedono un parere sullo scandalo dell’Accademia di Stoccolma che però non la sorprende, d’altronde alle persone piacciono gli scandali.

“Mi sono dimenticata di mettere le scarpe in valigia” mi dice, guardandosi i piedi vestiti di calzini e sandali, “io e te andremo anche a comprare delle scarpe”.  Decido di portare Mrs Atwood in un fidato negozio storico fiorentino, cercando di alleviare il senso d’imbarazzo e la tensione. Decido di rompere definitivamente il ghiaccio tra noi e le propongo un paio modello Chanel, nere, con un’ inutile fibbia sul collo del piede, delle perfette non-walking shoes che la distolgono dai graziosi sandali decorati con un grappolo di frange e perline. “Sono più rispettabile con queste, le prendo!” mi dice, e io, sorpresa dall’umiltà e inorgoglita dalla scelta, sorrido.

La sera l’accompagno alla sua lectio magistralis, “Three Tarot Cards, nell’ affollatissimo cenacolo di Santa Croce, La vedo, con le sue scarpette nere mentre legge un lungo estratto sulla scrittura con la voce rotta dalla stanchezza.  Segue un interminabile firma copie e una volta fatte disporre le persone in una fila dalla parvenza civile, vado da Margaret e le chiedo “se la sente di firmarle tutte?”, “Io arrivo sempre in fondo” mi risponde.

Certo, che domande Caterina.

Come ombrelloni sulla spiaggia

L’estate è precaria. Come gli ombrelloni delle spiagge libere.

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Odio l’estate più di qualsiasi altro periodo dell’anno. Arriva, irrompe nella routine invernale sempre con la stessa prevedibilità .

Non sorprende mai, eppure, non da certezze. L’estate è l’ossimoro delle stagioni. È un rituale inesatto che si ripete, sempre. L’estate soffre e subisce le epoche della vita. Da 12enne aspettavo con ansia il corso di vela e i lunghi pomeriggi ad assemblare collane e braccialetti di perline. Da 15enne, continuavo ad aspettare di andare a vela e di fare semplici serate a base di molto poco alcohol e tanta vanità.

Dieci anni dopo le estati sono un tormento. Tempestate di dubbi sui lavori estivi e il riposo da studente, sull’invio di curricula o l’attesa del fidanzato, sulla spartizione equa del tempo tra famiglia , amici e amore.

Le estati sono difficili. Niente va come avresti desiderato che andasse,  d’estate.  Quindi guardo la lunga, sterminata e disordinata accozzaglia di ombrelloni colorati sulla spiaggia libera e penso che in fondo il destino di questi due mesi torridi sarà simile proprio a quello di un ombrellone. Piantato sui sassi liguri o sulla sottilissima rena di Jesolo, poco cambia.

Una folata di vento lo solleverà da terra inaspettatamente e tra i vicini di stuoino si scatenerà il panico dettato da un cambiamento repentino della tanto attesa quiete.

L’ombrellone impazzito, il ribelle, inizierà a volare senza meta, senza regole tra carambole e capitomboli inseguito dal padre di famiglia in ciabatte svegliatosi di scatto da un sonno meritato.

L’ombrellone dopo il pericoloso volo tra i bagnanti si fermerà o verrà fermato e subito ripiantato con lo stesso o forse più zelo, ma comunque senza la sicurezza che rimanga assicurato a terra.

La spiaggia dopo il breve momento di adrenalina tornerà ai propri silenzi, alle parole crociate, alle urla dei bambini.

L’estate è come un ombrellone sulla spiaggia libera. Non sai mai quanto durerà la pace.

Spille o pillole di educazione?

Stamani in metro, ho notato questo cartello.

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Il cartello non parla.

Immagino quindi che la persona in possesso del lasciapassare per la comodità, si dovrebbe avvicinare ad un possibile concessore di seduta, esibendo la spilla blu.

Se la dimensione della spilla non supera quella di un bottone, come può un attento osservatore di video su you tube, notarla?

E poi, in un mondo in cui le persone sono maleducate, sgarbate e lobotomizzate, qualcuno crede davvero di ri-educarle così (con il “ri” sono stata molto ottimista)?.

Non saprei. La mia educazione è passata da altre vie probabilmente.

Quando mi alzo per lasciar sedere chi ritengo ne abbia più bisogno, lo faccio e basta. Spilla o non spilla.

 

“Va a laurà”, ma col monopattino

Sono le cinque di un pomeriggio cocente a Milano e in centinaia scendono a San Babila per andare a piedi in alcuni dei luoghi più frequentati della città. Non tutti i posti, però, sono serviti dalla rete pubblica, così in molti si affidano sempre di più alla sharing mobility, ormai ultimo anello di congiunzione della mobilità urbana, per coprire gli ultimi chilometri che li separano dall’ufficio, da casa o dall’aperitivo.

Terreno fertile – Milano è la città dove il fenomeno si è radicato in maniera più profonda e dove si sono concentrati gli investimenti più sostanziosi delle imprese del settore. Secondo uno studio dell’Osservatorio Sharing Mobility, in ambito urbano il capoluogo lombardo rappresenta un caso «positivamente anomalo» rispetto al resto del Paese.

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Stando ai risultati pubblicati nel rapporto del 2017, «la rete di trasporto e accessibilità fa di Milano una delle realtà più avanzate per la mobilità sostenibile in Italia». Provvedimenti come l’Area C , in particolare, hanno contribuito a realizzare su tutta la città una rete di mobilità completa e variegata al pari di altre città europee che hanno applicato soluzioni urbanistiche per arginare l’utilizzo dei mezzi privati.

Il successo della sharing mobility è dato dall’organizzazione e dalla logistica applicata alle infrastrutture. Proprio come il road pricing di Londra, Oslo e Stoccolma, o le “green zone” di Monaco e Berlino, infatti, a Milano le politiche degli ultimi decenni hanno ridotto, per esempio, del 13 per cento gli spostamenti in auto rispetto a Roma e Napoli.

Il dato è collocabile nel contesto più ampio della densità abitativa, molto alta rispetto alle dimensioni ridotte del centro città, che vede ridurre il tempo di spostamento utile a raggiungere un posto. «L’esistenza di un’efficace rete “storica” di servizi di trasporto collettivo (linee di metro, ferrovie suburbane, tramvie), assicura ai cittadini milanesi un’alternativa al mezzo privato», spiega il rapporto.

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All’ombra della Madonnina, infatti, il mezzo più utilizzato in condivisione è l’automobile, sia in noleggio che in carpooling, con una media per il 2017 di 14mila vetture condivise al giorno. Seguono le biciclette, con oltre 56 noleggi medi mensili per utente, e gli scooter, che rappresentano meno dell’1 per cento rispetto al totale dei mezzi su due ruote circolanti in città. I dati, infatti, parlando di come la maggior parte dei potenziali utenti ancora non conoscano i servizi di sharing.

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Punto non meno importante, inoltre, rimangono le sfide che la sharing mobility dovrà sostenere nel contesto metropolitano, come l’accessibilità per persone disabili, il rispetto delle normative gestione dei dati e la sicurezza di tutti gli utenti.

Il caso-monopattino – Auto, biciclette, scooter elettrici sono però soltanto alcuni dei mezzi a disposizione nell’ampio pantheon della mobilità condivisa. L’ultimo arrivato, il monopattino elettrico, è la novità assoluta, specie tra gli utenti più giovani. Mosso da un motore alimentato al litio, la rivisitazione del classico monopattino è accessibili via app, scaricabile gratuitamente dagli store più usati che, una volta aperte dal proprio smartphone, permettono di muoversi liberamente a tariffe più o meno vantaggiose associando una carta di credito al proprio account.

«Lo utilizzo da un mese circa e lo trovo molto comodo». A parlare è Greta, 19 anni, utenti di Helbiz, l’app dell’omonima azienda che mette a disposizione una flotta di monopattini elettrici su tutta Milano al prezzo di un euro per lo sblocco e 15 centesimi al minuto.

La nuova tendenza della mobilità condivisa, tuttavia, presenta anche delle problematiche legate alla sicurezza. «Li trovo pericolosi in alcune situazioni – commenta la Greta – Sui marciapiedi, in particolare, è scomodo guidarli ed è fastidioso anche per i pedoni. In strada poi il rischio di non venire visti è alto. Forse l’uso del casco o più piste ciclabili potrebbero ridurre i rischi».

È notizia di due settimane fa l’incidente mortale avvenuto a Parigi, dove un camion ha travolto una persona che guidava un monopattino. Il caso non è limitato alla Francia, negli Stati Uniti sono stati pubblicati articoli e studi che parlano di un incremento degli incidenti e delle morti causate da cadute in monopattino.

In Italia, solo il 4,4 degli utenti usa il casco e la legislazione in materia di sicurezza in fatto di micro mobilità non sembra fare i conti con la realtà. Il decreto 229 del 4 giugno voluto dal ministro dei Trasporti Danilo Toninelli impone il limite di 500 watt di potenza per i motori dei mezzi e l’obbligo minimo della patente AB (quella del motorino). Ma sono alcuni aspetti della normativa, come l’uso di un gilet catarifrangente dopo le 20 e la percorribilità massima di 30 chilometri orari su strade individuate dagli stessi Comuni, ad allontanare il rispetto delle norme e a diminuire i fattori di rischio per gli utenti.

DE-SIGNore si cambia

Gaetano Pesce, nel 1969 disegna una poltrona. E’ comoda, avvolgente, e con un poggiapiedi rotondo.

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Dietro ogni idea spesso c’è un pensiero e viceversa. Pesce ha motivato il design antropomorfo e le forme sinuose con un’immagine: quella del corpo di una donna, accogliente per definizione, ma in questo caso, prigioniera di un corpo rallentato dalla palla legata al piede. Una donna incatenata quindi ad una realtà scomoda.

Poi la poltrona ha lasciato il salotto elegante del loft vista bosco, si è notevolmente ingrandita, e trafitta di frecce ha raggiunto piazza del Duomo.

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Per la settimana del design a Milano, l’enorme  “Serie up” (il nome della poltrona di Pesce) è divenuta la “Maestà Sofferente”, metafora della violenza sulle donne.

Le critiche attratte dall’opera, le sorvolo volentieri, credendo fermamente nella libertà dell’artista di esprimere il proprio io e il proprio pensiero, senza censure.

Propongo però, per la prossima design week un altro oggetto di design da ingigantire.

Il modello, Albacken, prodotto dall’azienda svedese Ikea.

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Anch’essa scomoda, forse di più, come realmente è la situazione della donna in molti ambienti della società.