Quattro ore con cinque compagni di viaggio mi sono bastate per capire l’umore dei miei connazionali.

Nell’angusto spazio non climatizzato, c’ero io, fiorentina tascabile trapiantata a Milano, due giovani ragazze, una formosa l’altra minuta, entrambe calabre. Una signora che da Torino andava verso il capolinea della corsa, anche lei diretta in Calabria e al finestrino un’anziana coppia di siculi.
Noi sei viaggiatori, fermata dopo fermata ci simo spogliati degli strati di vestiti e della timidezza. Andando verso sud, un po’ per il cambiamento climatico e un po’ per il malfunzionamento del sistema di ventilazione, l’aria si faceva sempre più pesante e lo scontento sempre più evidente.
Incastrate a forza sopra le teste, c’erano valige e pellicce, in un equilibrio precario. Stavamo pigiati in quello spazio risicato, come stiamo in Italia, sommersi dai visoni della vecchia casta e rallentati dalle ruote rotte dei light trolley di quella “nuova”.
Il treno è partito alle 15:44, un orario che mi è sembrato bizzarro. Uno di quegli orari per cui è difficile essere puntuali. Seguendo il disfattismo tipico di noi abitanti della penisola, salendo le scale mobili della stazione ho pensato che stessi correndo invano. Il treno mi ha sorpresa e alle 15:44 spaccate non si è fermato a Zurigo ma a Garibaldi. In perfetto orario.
Il signore siculo, uno scrittore di romanzi fantascientifici, controllava ogni 15 minuti la possibilità di aprire il finestrino e ogni volta che realizzava l’impossibilità di cambiare l’aria e così anche la nostra infausta situazione, si lamentava di una cosa diversa: I politici egoisti, la sanità corrotta, i sistemi scolastici inadatti, e l’economia paralizzata.
Ogni tanto guardava me e sua moglie e ci concedeva un sorriso gentile, come per rincuorarci. Avrebbe risolto tutti i nostri problemi. Solo quelli del caldo però.
La signora torinese davanti a me invece, era negativa e sacrale. Ogni problema posto dallo scrittore fantascientifico siculo, lo ricollegava alla deriva delle coscienze e leggendo dei passi del Vangelo diceva: “La vita non vale più niente. I politici non ci vogliono più bene”. Una questione di sentimenti insomma.
La moglie dello scettico scrittore fantascientifico siculo, con la capigliatura color mogano invece, si tamponava la fronte sudata e annuiva ad ogni critica: “Tutta colpa della crisi dell’istruzione”. Era una maestra dell’elementari e si lamentava una volta della ghettizzazione degli studenti stranieri, un’altra della maleducazione delle famiglie. Ogni tanto ci istruiva sull’omeopatia sgranocchiando gli snack nascosti nella borsa frigo: “Volete?”.
La ragazza formosa calabra era appariscente, vestita d’ecopelle e animalier, dipinta su ogni angolo di carne ticchettava sul cellullare con gli artigli pitturati di fuxia e nel frattempo spiegava quanto poco valesse oggi il titolo di studio.
L’altra ragazza calabra invece, quella mingherlina e timida, insegnava anche lei lettere, ma vedeva svanire la cattedra di ruolo dietro i concorsi truccati e le infinite liste d’attesa.
Quando sono scesa a Firenze, lo scrittore fantascientifico siculo arresosi per il finestrino aveva intrapreso una nuova battaglia: quella per far aprire il bagno della carrozza.
Non so come siano arrivati i miei cinque compagni alle rispettive fermate. Forse una volta respirata l’aria di casa, si è diffuso un tepore nel cuore che ha zittito l’astio verso il l’Italia.
O Forse no.