Sono le cinque di un pomeriggio cocente a Milano e in centinaia scendono a San Babila per andare a piedi in alcuni dei luoghi più frequentati della città. Non tutti i posti, però, sono serviti dalla rete pubblica, così in molti si affidano sempre di più alla sharing mobility, ormai ultimo anello di congiunzione della mobilità urbana, per coprire gli ultimi chilometri che li separano dall’ufficio, da casa o dall’aperitivo.
Terreno fertile – Milano è la città dove il fenomeno si è radicato in maniera più profonda e dove si sono concentrati gli investimenti più sostanziosi delle imprese del settore. Secondo uno studio dell’Osservatorio Sharing Mobility, in ambito urbano il capoluogo lombardo rappresenta un caso «positivamente anomalo» rispetto al resto del Paese.

Stando ai risultati pubblicati nel rapporto del 2017, «la rete di trasporto e accessibilità fa di Milano una delle realtà più avanzate per la mobilità sostenibile in Italia». Provvedimenti come l’Area C , in particolare, hanno contribuito a realizzare su tutta la città una rete di mobilità completa e variegata al pari di altre città europee che hanno applicato soluzioni urbanistiche per arginare l’utilizzo dei mezzi privati.
Il successo della sharing mobility è dato dall’organizzazione e dalla logistica applicata alle infrastrutture. Proprio come il road pricing di Londra, Oslo e Stoccolma, o le “green zone” di Monaco e Berlino, infatti, a Milano le politiche degli ultimi decenni hanno ridotto, per esempio, del 13 per cento gli spostamenti in auto rispetto a Roma e Napoli.
Il dato è collocabile nel contesto più ampio della densità abitativa, molto alta rispetto alle dimensioni ridotte del centro città, che vede ridurre il tempo di spostamento utile a raggiungere un posto. «L’esistenza di un’efficace rete “storica” di servizi di trasporto collettivo (linee di metro, ferrovie suburbane, tramvie), assicura ai cittadini milanesi un’alternativa al mezzo privato», spiega il rapporto.

All’ombra della Madonnina, infatti, il mezzo più utilizzato in condivisione è l’automobile, sia in noleggio che in carpooling, con una media per il 2017 di 14mila vetture condivise al giorno. Seguono le biciclette, con oltre 56 noleggi medi mensili per utente, e gli scooter, che rappresentano meno dell’1 per cento rispetto al totale dei mezzi su due ruote circolanti in città. I dati, infatti, parlando di come la maggior parte dei potenziali utenti ancora non conoscano i servizi di sharing.

Punto non meno importante, inoltre, rimangono le sfide che la sharing mobility dovrà sostenere nel contesto metropolitano, come l’accessibilità per persone disabili, il rispetto delle normative gestione dei dati e la sicurezza di tutti gli utenti.
Il caso-monopattino – Auto, biciclette, scooter elettrici sono però soltanto alcuni dei mezzi a disposizione nell’ampio pantheon della mobilità condivisa. L’ultimo arrivato, il monopattino elettrico, è la novità assoluta, specie tra gli utenti più giovani. Mosso da un motore alimentato al litio, la rivisitazione del classico monopattino è accessibili via app, scaricabile gratuitamente dagli store più usati che, una volta aperte dal proprio smartphone, permettono di muoversi liberamente a tariffe più o meno vantaggiose associando una carta di credito al proprio account.
«Lo utilizzo da un mese circa e lo trovo molto comodo». A parlare è Greta, 19 anni, utenti di Helbiz, l’app dell’omonima azienda che mette a disposizione una flotta di monopattini elettrici su tutta Milano al prezzo di un euro per lo sblocco e 15 centesimi al minuto.
La nuova tendenza della mobilità condivisa, tuttavia, presenta anche delle problematiche legate alla sicurezza. «Li trovo pericolosi in alcune situazioni – commenta la Greta – Sui marciapiedi, in particolare, è scomodo guidarli ed è fastidioso anche per i pedoni. In strada poi il rischio di non venire visti è alto. Forse l’uso del casco o più piste ciclabili potrebbero ridurre i rischi».
È notizia di due settimane fa l’incidente mortale avvenuto a Parigi, dove un camion ha travolto una persona che guidava un monopattino. Il caso non è limitato alla Francia, negli Stati Uniti sono stati pubblicati articoli e studi che parlano di un incremento degli incidenti e delle morti causate da cadute in monopattino.
In Italia, solo il 4,4 degli utenti usa il casco e la legislazione in materia di sicurezza in fatto di micro mobilità non sembra fare i conti con la realtà. Il decreto 229 del 4 giugno voluto dal ministro dei Trasporti Danilo Toninelli impone il limite di 500 watt di potenza per i motori dei mezzi e l’obbligo minimo della patente AB (quella del motorino). Ma sono alcuni aspetti della normativa, come l’uso di un gilet catarifrangente dopo le 20 e la percorribilità massima di 30 chilometri orari su strade individuate dagli stessi Comuni, ad allontanare il rispetto delle norme e a diminuire i fattori di rischio per gli utenti.